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PROMETEO BLOG - La scala di Patanjali e la libertà dal conosciuto - di Giuseppe Merlicco

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Pubblicato da in Yoga ·
Tags: yogaricerca



Come dice il fisico Fritjof Capra nel libro ‘La rete della vita’: “Tra il XVI e il XVII secolo vi è stata una profonda trasformazione della mentalità occidentale. La visione aristotelica e cristiana, basate sulla concezione di un universo organico, vivente e spirituale, venne sostituita da una visione del mondo come macchina…”.
“…la macchina mondo divenne la metafora dell’era moderna…Galileo bandì la qualità dalla scienza…Cartesio creò il metodo di pensiero analitico che consiste nel dividere in pezzi i fenomeni complessi per comprendere il comportamento del tutto a partire dalle proprietà delle sue parti…ma ora la nostra ossessione per la quantificazione e la misura ha anche richiesto un tributo pesante…”.
Però, intorno agli anni ’20 del secolo scorso, la ristretta visione meccanicista delle leggi che governano la vita fu sconvolta dalle nuove scoperte scientifiche a opera di scienziati come Einstein, Heisemberg, Needham, Neumann ed altri, i quali hanno dimostrato - con la Teoria dei Quanti, della Relatività, della Visione Sistemica, ed altre - che vedere la materia solo dal punto di vista meccanicistico è altamente riduttivo perché: “…le particelle subatomiche non si possono interpretare come entità isolate, ma devono essere definite per mezzo delle loro relazioni reciproche…relazioni di probabilità, relazioni non di oggetti ma di interazioni…perché è il tutto che determina il comportamento delle parti” (Werner Heisemberg).
Da allora la scienza ha fatto passi da gigante, eppure sono ancora pochi i fisici, matematici, chimici e biologi che vedono alla vita come a un tutto altamente organizzato e regolato da molte Leggi ancora da scoprire: “Noi non siamo altro che gorghi in un fiume di acqua che scorre senza sosta” asserì negli anni ’50 il brillante matematico Norbert Wiener.
Ora la domanda sorge spontanea: perché un simile preambolo in un pezzo che dovrebbe parlare dello Yoga di Patanjali?
Perché, a mio avviso, la pratica dello yoga è sotto certi versi simile alla ricerca scientifica. Tanto è vero che sin dai tempi antichi il praticante è stato definito “ricercatore”.
La Ricerca si basa sul metodo d’indagine (dal greco methòdos = l’andar dietro per ricercare…di governarsi nell’operare, di operare per ottenere uno scopo).
La Ricerca, sia scientifica che interiore e spirituale, si svolge al buio riguardo a ciò che si andrà a scoprire: ciò che il ricercatore può vedere è solo il “percorso già fatto”. Niente di più.
Da questo punto di vista “ricercare” è come salire la scala di una piramide dando le spalle alla cima, alla sommità, alla meta: ciò che si può guardare sono solo i gradini già percorsi, le leggi scoperte e il panorama sottostante.
Per questo rimaniamo ancorati al vecchio, al conosciuto, e cerchiamo di applicare la vecchia visione anche nella ricerca del nuovo. Ma ciò è assurdo.
Nella vita, nella ricerca scientifica e interiore, noi non conosciamo il futuro ma solo il passato. Procediamo dando le spalle al futuro, ignari di ciò che accadrà. Se vogliamo accedere veramente a qualcosa di nuovo dobbiamo essere disposti a rivedere molte vecchie concezioni.
Nell’Ashtanga Yoga di Patanjali, lo Yoga viene presentato come un “metodo”, un percorso graduale in otto tappe, otto gradini, otto membra, di cui i primi due sono yama e niyama, che sono prescrizioni di tipo etico e comportamentale, come la benevolenza ed altre.
Il terzo gradino, la terza applicazione del metodo d’indagine yogica, sono le asana, le posture, le posizioni fisiche attraverso le quali il praticante impara a prendere il controllo del proprio corpo al fine di liberarsi da vecchi schemi comportamentali per indagare sul “nuovo”, su nuove sensazioni, percezioni…nuovi poteri interiori.
Col quarto gradino, il pranayama, si impara a gestire, a controllare e a raffinare la propria forza vitale attraverso tecniche di respirazione e bandha.
Questo quarto gradino, sempre raggiunto dando le spalle alla meta, funge anche da tramite tra i primi tre e quelli ancora da salire, cioè tra l’aspetto più grossolano della realtà - il corpo fisico e gli oggetti sensoriali così come li conosciamo - e quello più “sottile” del mondo interiore, psichico, energetico e spirituale, che sfugge ai sensi fisici e ai normali metodi d’indagine.
Il passaggio al quinto gradino (pratyahara, il ritiro dei sensi) è un tappa cruciale, ed è possibile solo grazie all’immobilità del corpo e al controllo del respiro. Per affrontare proficuamente questa “immersione in una realtà sconosciuta” occorre momentaneamente abbandonare il vecchio, il conosciuto. In pratica occorre voltarsi verso la meta e “sentire”, indagare la realtà con la coscienza libera da aspettative e pregiudizi.
Familiarizzando col “ritiro dei sensi” le distrazioni mentali divengono sempre più rare e la mente, per tempi più o meno lunghi, diviene pacificata. Si ferma. Allora si accede al sesto gradino, dharana, la concentrazione.
Con la concentrazione vi è una completa padronanza mentale e dei sensi.
Scopo della concentrazione è padroneggiare la mente per dirigerla su percezioni interne che esulano dai cinque sensi. Qui siamo in pieno Raja Yoga, lo Yoga Reale (altro nome dato allo yoga esposto da Patanjali).
Quando la concentrazione si fa prolungata si accede naturalmente al settimo gradino, dhyana, la meditazione. Ora la concentrazione è un flusso costante di consapevolezza. Qui la focalizzazione diviene totale, al punto che non vi è più distinzione tra “osservatore e cosa osservata”.
Questo traguardo è quello che viene definito samadhi, contemplazione, che possiamo paragonare alla sommità, la cima della piramide della “scala di Patanjali”.
Nel samadhi vi è un perfetto raccoglimento, un’assoluta attenzione concentrata.
Giunto al samadhi lo yogi ha ora due possibilità di procedere nella sua indagine. Poiché il samadhi è l’acquisita capacità di vedere “ciò che è”, il praticante, per indagare, può concentrare la sua attenzione su una delle infinite modificazioni energetiche della natura - come un suono interiore, ecc. (savikalpa samadhi, samadhi con seme) - oppure può estraniarsi da qualunque percezione interna e “immergersi” nel proprio Sé, nella pura coscienza (nirvikalpa samadhi, samadhi senza seme).
Per usare una metafora, giunto alla sommità della piramide il ricercatore ha la possibilità: spaziare con lo sguardo sulla multiforme varietà di forme di vita che lo circondano oppure può immergersi consapevolmente nello spazio senza limiti della propria coscienza, sorgente di tutto ciò che esiste.
Questa (la coscienza) è la sede della vera libertà (la libertà interiore) e della beatitudine che non dipende da esperienze sensoriali.
Da qui, dalla cima della scala di Patanjali, lo yogi non può che apprezzare profondamente la creazione (pur riconoscendone il carattere illusorio e sognante) e può finalmente abbracciare il “Tutto” con Compassione.

Di Giuseppe Merlicco - Insegnante Yoga e Meditazione - Prometeo - Torino

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