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PROMETEO BLOG - Essere di aiuto - di Andrea DI Terlizzi

PROMETEO A.S.D. A PROMOZIONE SOCIALE
Pubblicato da in Osservazione ·
Tags: osservazioneconsapevolezza



Nel corso della vita ho osservato quanto sia diffuso tra le persone il bisogno di sentirsi utili in qualche modo. Certamente l'istinto di aiutare chi è in difficoltà non è ugualmente sviluppato in tutti, ma credo di poter dire che in molte persone, prima o poi, nasce il bisogno di dare un senso alla propria vita sentendosi utili per qualcosa o per qualcuno.
È un istinto abbastanza connaturato, come se passare gran parte dell’esistenza alla ricerca di un benessere e di un piacere solo per se stessi, ad un certo punto generasse una sorta di “mancanza”, come una specie di vuoto e di non senso.
Raramente però questa spinta si manifesta in modo chiaro e nitido; quasi sempre si fonde confusamente con altre necessità presenti nell'individuo, come il bisogno di essere “visto”, di esprimere il proprio pensiero, di avvicinare le persone ai propri ideali o alle proprie aspirazioni, o anche solo a ciò che più ama nella vita.
Questo dà origine a un modo di aiutare e di andare verso gli altri che è quasi sempre ibrido, ossia profondamente influenzato dall'idea che la propria esperienza e i propri pensieri rappresentino il miglior aiuto possibile. Molto spesso, attraverso questo meccanismo, non si riesce a vedere realmente chi si sta cercando di aiutare, perché l'immagine di sé stessi è ancora troppo presente nell’azione.

Aiutare qualcuno attraverso un'azione materiale è abbastanza facile. Di solito in un'azione di questo genere è sufficiente usare l'intelligenza. Il grado di aiuto che potremo fornire sarà semplicemente proporzionale alla nostra naturale generosità e propensione a metterci in gioco.
Aiutare una persona dal punto di vista psicologico, invece, è tutta un'altra cosa.
Parlare con un amico in un momento di difficoltà, dare consigli a una persona che li richiede, o – cosa ancor più complessa – esprimere il proprio pensiero in un libro o parlando in pubblico, come fanno scrittori, filosofi, formatori e analisti, è qualcosa di estremamente complesso e delicato.
La differenza esistente tra parlare privatamente a un amico e tenere una conferenza davanti a mille persone (ed entrambe le cose con l'intento di fornire idee e pensieri che siano di aiuto) è pressoché nulla. In entrambi i casi l'aiuto che si può offrire diventa “puro” solo quando chi parla o agisce esclude dalle proprie parole e dalle proprie azioni ogni forma di bisogno personale, di necessità espressiva e di desiderio di essere visto, apprezzato e compreso.

Naturalmente qualsiasi atto o parola non possono prescindere dalle nostre esperienze e da ciò che siamo. È evidente che cercando di renderci utili non possiamo far altro che pescare dal nostro mondo di esperienze materiali e interiori. La differenza sta nel porre l'accento su chi abbiamo davanti o… su noi stessi.
Per capire questa differenza bisogna osservarsi. È una forma di indagine molto significativa e se viene compiuta in modo sincero, approfondito e continuativo, si può capire molto di sé, degli altri e più in generale della natura umana.
Inizialmente non è molto facile e richiede allenamento; però se vogliamo farlo con tutto l'impegno e l'onestà possibile, progressivamente vedremo in modo chiarissimo quante volte parlando con qualcuno la concentrazione è basata sui propri pensieri e le proprie esperienze e quanto di rado tutto ciò sia messo completamente da parte per lasciare spazio ad un completo ascolto di chi si ha davanti.
Allenarsi a questa forma di osservazione ci mette in grado di riconoscere molto velocemente anche quello che muove le altre persone quando agiscono e parlano, comprendendo in quale misura stanno seguendo il bisogno di enunciarsi e raccontarsi, e quanto stiano invece esprimendo un sincero e puro desiderio di aiutare (a prescindere dalla saggezza con cui lo fanno, la quale dipende dalla maturità e dalla profondità individuali).

Ecco, dare un senso alla propria vita sentendosi utili è molto importante. Aiutare gli altri è molto importante. Queste cose non portano solo ad una vita più ricca e alla costruzione di un mondo migliore, ma sviluppano anche – in se stessi – una serie di comprensioni e realizzazioni che portano ad un concreto e non fittizio avanzamento interiore. Però, affinché tutto ciò non sia soltanto un’illusione, retta da una passione principalmente colorata dei bisogni personali, occorre osservarsi e osservare.

Tendere una mano per tirare fuori qualcuno da un crepaccio, è un gesto la concentrazione del quale deve essere posta interamente sulla persona in difficoltà. In questo caso la consapevolezza di sé e l'attenzione alla nostra persona deve servire unicamente per comprendere se siamo ben ancorati al suolo per non precipitare noi stessi (nel qual caso non salveremmo nessuno).
I nostri problemi però, devono scomparire.
Quasi sempre invece, quando le persone ascoltano qualcuno con le sue difficoltà, senza rendersene conto finiscono per parlare anche delle loro. E quando le persone esprimono un pensiero che potrebbe essere d'ispirazione, quasi sempre finiscono per sviluppare più che altro l'enunciazione nelle loro convinzioni e del loro mondo, senza davvero guardare – e quindi realmente “vedere” e capire – chi hanno dinanzi.

Aiutare qualcuno attraverso azioni concrete o linee di pensiero, è certamente l'atto più elevato e profondo che qualunque essere vivente possa compiere, ma anche il più difficile in assoluto, perché richiede distacco dai propri desideri, bisogni e aspettative. Non può includere una propensione all'autocommiserazione, alla ricerca di apprezzamento e al riconoscimento per le proprie azioni, né all’autocompiacimento.
Deve trattarsi di un atto veramente gratuito e – aldilà delle belle parole – davvero privo di ogni forma di preoccupazione per se stessi.
Per questo è così difficile; ma realizzare tale condizione può portare un individuo ben oltre il normale livello di maturità e saggezza realizzabili in una vita ordinaria.

Si può praticare yoga, meditazione, o professare una fede qualsiasi per un'intera esistenza, ma se non si realizza la capacità di porsi al di sopra delle proprie aspettative e dei propri bisogni, non è possibile realizzare quell'unità nella Verità di cui si è scritto e parlato per migliaia di anni.
Aiutare, non è convincere gli altri del proprio pensiero, o avvolgerli nelle spire delle proprie convinzioni ed esperienze personali, ma piuttosto dimenticarsi – anche solo per un momento – di se stessi e delle proprie difficoltà.
Quando si riesce a farlo è come se si aprisse un contenitore che è sempre chiuso in se stesso. E quando accade, mentre da questo contenitore escono doni per aiutare, contemporaneamente (poiché il contenitore è aperto), si ricevono doni che altrimenti non avremmo mai potuto ottenere.

Di Andrea Di Terlizzi



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