PROMETEO BLOG - Yoga è "non pensiero" - di Valeria Cianciolo - PROMETEO BLOG - PROMETEO A.S.D. A PROMOZIONE SOCIALE

Vai ai contenuti

Menu principale:

PROMETEO BLOG - Yoga è "non pensiero" - di Valeria Cianciolo

PROMETEO A.S.D. A PROMOZIONE SOCIALE
Pubblicato da in Yoga ·
Tags: yogaosservazione



Patanjali, negli “Yoga Sutra” (un testo base molto antico sullo yoga) ne espone l’essenza con la frase: “Yoga Citta Vritti Nirodha” (lo yoga è la sospensione delle fluttuazioni della mente). Per chiunque non abbia mai sperimentato questa disciplina, tali parole possono richiamare una sensazione di “privazione”.
Eppure è strano: quante volte abbiamo desiderato “staccare”, magari distesi sulla calda sabbia di un’isola dei Caraibi?
Quante volte avremmo voluto “lasciar cadere”, anche solo per un momento, qualsiasi elucubrazione o ansia, per uscirne più leggeri e lucidi?
Ma purtroppo, senza una disciplina (della mente), quello stato “in quiete” dura pochissimo (vacanza permettendo).
Quando molti anni fa iniziai a praticare lo yoga e la meditazione, avevo dato alla parola “disciplina” un’interpretazione molto distorta che potrei definire “coercizione”. Ma mi resi subito conto, e sul campo, che le cose stavano in modo del tutto differente.
Provate a cercare i sinonimi della parola disciplina: “materia (di studio), scienza, educazione, insegnamento…”.
Per coercizione, invece: “obbligo, imposizione, costrizione, sopraffazione…”.
Direi che c’è una bella differenza!
Concettualizzare lo yoga è un’impresa davvero ardua. Oserei dire impossibile. Nonché inutile, perché è il “fare” che produce un effetto, non il parlarne.
Se ne parla con l’auspicio che, chi è in dubbio, possa avvicinarsi a questo percorso troppo spesso male interpretato o, addirittura, screditato. Eppure, il fatto che si tratti di una disciplina antica di millenni dovrebbe far riflettere. E, qui in Occidente, è stata studiata e convalidata da numerosi luminari come Jung, Zimmer e tanti altri.
Lo yoga è un “fare oltre la mente”. Ma, in pratica, cosa significa? Si tratta di osare… affacciandosi al campo di una mente meno condizionata e quindi più vasta. Un campo del tutto inesplorato e decisamente più ampio, più creativo... Non è sorprendente?
Quante limitazioni la nostra mente condizionata ci impone? Nella nostra esistenza, abbiamo ricevuto dogmi, vincoli, regole a non finire che hanno prodotto paure e sensi di colpa. Abbiamo imparato a temere la vita, anche nei suoi aspetti più belli e vasti. Ci siamo chiusi a riccio in noi stessi percependo di continuo il mondo come avverso. Abbiamo percorso e ripercorso le stesse strade (spesso senza avvedercene) e sbattuto la testa contro gli “stessi muri”. E tutto questo è un brutto substrato, perché è esattamente ciò che fa da sfondo ai nostri peggiori fallimenti.
Ma attenzione, yoga non è “fare tutto ciò che si vuole” in modo ottuso e indiscriminato. E’ piuttosto una finestra attraverso la quale vedere in modo chiaro le nostre disarmonie e le nostre attitudini; e da qui, partire per un lungo viaggio che ci trasformerà radicalmente. Saremo sempre meno preda delle nostre reazioni incontrollate e sempre più inclini ad aprirci alla vita, vivendo in modo più ricco, pieno e collaborativo.
Alcuni percepiscono lo yoga come una performance. E’ senz’altro vero che questa disciplina rende il corpo più forte e sano, la postura più eretta, la mente più calma, le emozioni più stabili. Il che, non può che costituire un vantaggio. Ma il suo scopo non si limita a questo…
Lo yoga è “sforzo”? Si: è indubbio che una certa dose di impegno sia richiesta, lo è sempre quando si cerca il nuovo. Non potremmo concederci il piacere di un buon libro se non avessimo prima imparato a leggere (per fare solo uno degli innumerevoli esempi possibili).
Quando si intraprende questa disciplina, all’inizio ci si può sentire “tirati” fra due estremi: la tendenza ad andare oltre le nostre possibilità perché vorremmo il nostro corpo più elastico, più energico, più forte di quel che è, o per paura di deludere chi ci sta guidando (ma in realtà noi stessi); oppure si tende a trattenere, a rimanere al di sotto della nostra soglia limite. E questo avviene per paura (ancora paura…) di farci male, di non essere capaci, di sbagliare, di metterci in gioco. E si oscilla di continuo fra questi due poli. Non sembra una metafora delle nostre vite?
Può anche accadere che l’immobilità richiesta nelle asana (posture), il controllo della muscolatura necessaria a mantenerci stabili e l’attenzione al respiro, portino a una sensazione di “costrizione”; in questo caso dovremmo chiederci: cosa ci impedisce di rimanere immobili per una manciata di secondi?
Se durante la pratica riusciamo ad osservare tutto questo, abbiamo già fatto un primo importante passo verso la possibilità di toccare con mano l’infinita serie di limitazioni che i nostri condizionamenti ci impongono. Questo è il punto chiave!
Non si tratta quindi di “performance”, e non è soltanto un metodo per camminare più agevolmente nella vita. Lo scopo è piuttosto quello di aprire un varco (di percezione) attraverso il quale è possibile osservare sé stessi (e il mondo) in modo “neutro”; uscendo dal conflitto attraverso la disidentificazione dalle interpretazioni, dalle aspettative, dall’imbarazzo, dalla paura, dai sensi di colpa, dalla frustrazione, dall’impulso di competere e primeggiare, dallo sconforto, dalla rabbia, dal senso di inadeguatezza (in sostanza, dalle fluttuazioni della mente).
Lo yoga emancipa dalla troppo diffusa mancanza di compassione e di vera (sincera) comprensione del prossimo.
Ci apre alla possibilità di interagire con gli altri per aiutare e non per sopraffare, non per affermare (spesso subdolamente) il nostro (vero o presunto) potere su di loro, comprendendo infine che l’unico “potere” che dà valore aggiunto alle nostre vite (e anche a quelle di chi ci sta accanto) è in noi stessi.
L’osservazione “neutra” è come quella di uno scienziato che sta studiando l’evolversi di un esperimento. Osserva, annota, riprova, osserva ancora. Fino a giungere a conclusioni sempre più vicine all’oggettivo e, quindi, più aderenti alla realtà. Solo che, nel caso dello yoga, il ricercatore … ricerca sé stesso. Mi riferisco a quel “sé stesso” che ci accompagna dalla nascita e che è stato letteralmente sommerso da tutti i numerosi condizionamenti e traumi (grandi e piccoli) sopraggiunti nel corso del tempo.
Lo yoga, attraverso le innumerevoli asana e tecniche respiratorie, sembra volerci “parlare” portandoci a toccare con mano i tanti aspetti che ci appartengono ma che ancora risultano non visti o non compresi. Per poi ricomporli e risolverli nella meditazione.
E’ come ricomporre le onde elettromagnetiche dello spettro visibile (quello costituito da sette colori: rosso, arancio, giallo, verde, blu, indaco e violetto, e dove ciascuna di queste sette regioni a sua volta contiene molte gradazioni e sfumature) per riottenere infine, nuovamente, la luce bianca.

Di Valeria Cianciolo - Praticante Yoga e Meditazione


Bookmark and Share

Torna ai contenuti | Torna al menu